Scrivere questa recensione, per uno come me, è un dono del cielo. BioShock è il gioco che ha segnato la mia vita e il suo sequel è il mio gioco preferito di tutti i tempi. Ciò fa di me un pericoloso fanatico, ne convengo. Ma un pericoloso fanatico con due fondamentali caratteristiche extra: il mio istinto di critico, che non si fa certo oscurare dalla passione per una serie, e il mio odio viscerale per ogni prodotto legato a BioShock indegno di portare quel nome, come ad esempio Duke Nukem Forever e Diablo III.
BioShock Infinite, che Irrational ha portato sugli scaffali per conto di 2K, è un’opera difficile da analizzare e valutare. Così tanto da indurre in errore la gran parte della critica videoludica, fin troppo schiava di vecchi modi di giudicare e degli aggregatori di voti come Metacritic. Gioca Giuè non teme di uscire fuori dal coro, anzi: ne è orgogliosa, ed è per questo che siamo qui a compiere un atto di sacrosanta giustizia verso un titolo assolutamente meritevole di encomio.
A scanso di equivoci, diciamolo subito: graficamente, non siamo di fronte allo stato dell’arte dell’industria. E chissenefrega, gente. Il gioco, come vi dimostreremo, c’è, sotto tutti i punti di vista, e anche graficamente, disgiungendo la valutazione tecnica da quella artistica, perveniamo a una valutazione certamente lusinghiera. BioShock Infinite è il sogno di ogni appassionato dei giochi di Ken Levine. Tutte le ambientazioni sono state accuratamente riprodotte, i cromatismi sono perfetti, l’attenzione al dettaglio è massima. Dopo cinque minuti, non farete più caso al livello tecnologico non eccelso (specie su console), concentrandovi sulla spettacolare art direction del titolo 2K, che è comunque gradevolissimo da vedere, a meno che non siate quei sedicenti hardcore gamer che guardano le texture come le grazie di un’attrice in un film porno.
Ma questo è solo l’inizio, perché BioShock Infinite sa catturarvi come pochi altri FPS degli ultimi anni. Innanzitutto il setting è esplosivo, perché parliamo di BioShock, autentico masterpiece dello steampunk globale. Tutto riprodotto in modo eccelso, tanto che la Fandango ha dato l’onore a quest’opera di essere inserita nel canone ufficiale della serie, colmando il gap tra Una vita tranquilla e Il Divo. E quando scoprirete che cosa accade nel gioco, fidatevi di me, vorrete dedicare una statua ai ragazzi di Irrational. Come minimo. Tutto funziona bene, anzi benissimo. La campagna si aggira sulle 10 ore, con livelli di difficoltà perfetti per calibrare l’esperienza di gioco in base alla tipologia di utente e una azzeccatissima struttura a livelli. L’azione è molto varia e i meccanismi ansiogeni funzionano perfettamente, specie il classico rilevatore di movimento. Le armi sono quelle giuste del gioco, tutte personalizzabili e potenziabili, e i personaggi, sebbene piuttosto superficiali nella caratterizzazione, sono efficaci come collettivo. Un plauso anche al distributore per l’ottima localizzazione, che rende l’esperienza di Infinite il sogno proibito di ogni vero appassionato del leggendario capolavoro di Ken Levine.
Presente il multiplayer, ovviamente, con la giusta scelta di far utilizzare il songbird con visuale in terza persona, onde evitare lo straniante e fastidioso effetto di trovarsi disorientati a seguito di improvvise (e a volte improvvide) corse su pareti e soffitti (qualcuno ha detto Duke Nukem Forever?!?). Anche gli Heavy Hitters, divisi in classi con caratteristiche specifiche (sono quelli del gioco ma non solo), sono totalmente rafforzabili grazie a una serie di upgrade fisici (morso, artigli, coda, mosse speciali, combo di attacco, ecc.).
Tornando alla campagna single player, che a mio avviso è il vero cuore pulsante del gioco, bisogna davvero sottolineare l’unico elemento importante, che rende BioShock Infinite un grande classico. Il coinvolgimento eccezionale che fa scattare nel giocatore. Sedetevi in poltrona di fronte allo schermo più grande che riuscite a recuperare, spegnete le luci e alzate il volume. La Pinkerton ha inviato un SOS e la vostra squadra è arrivata. Sotto di voi, c’è l’inferno di Columbia. Come nel 2007, voi siete lì, in squadra, a lottare per la vita contro orde di esemplari della più letale delle specie dell’universo. La musica è grandiosa, gli effetti sonori spettacolari, l’immersività assoluta. Ricordate la storica Bleeding Towers of Pisa di Doom? Ecco, siamo di nuovo a casa. Dimenticate gli inutili splicers. Dimenticate i brutti giochi. Dimenticate gli ultimi scialbi titoli interattivi. Ma, soprattutto, dimenticate le recensioni inutili di chi dipinge il Videogioco come un freddo pezzo di tecnologia e non un’opera complessa e viva. Quella gente, fidatevi, non ha capito nulla. Game over, man. Game over.
Riccardo Accordi Marks