Gioca Giuè

Il blog di videogiuochi che non stavate aspettando altro

E insomma, succede che a un certo punto ti arrivano richieste di collaborazione.
Me ne arrivano anche a lavoro e di solito le accanno con un “Muori”, perché la professionalità innanzi tutto.
Ma quando arrivano sulla mail di Gioca Giuè (o, in questo caso, sulla pagina FB), considerando che i Blasonati Autori sono tutti dei pigri di merda (tranne Te Sbundle. Te Sbundle <3 ), che fai, gli rispondi “Muori”?.
No.
Quindi eccoci di nuovo a sfruttare i calli da tastiera di gente sconosciuta per riuscire, un giorno, ad avere CENTOMIGLIONI di visite giornaliere → Mettere su la pubblicità → ??? → Profit.

L’articolo che potrete leggere prendo il tasto per leggere l’articolo è dell’ottimo chaoz. Dico ottimo anche se non ho idea di chi sia. E magari nella vita reale è un violentatore di beagle salvati dal Green Hill. Tipo che li ha adottati tutti per poi farne voi-sapete-cosa.
Però scrive bene e scrive di cose giuste e che personalmente trovo Condivisibili, con la C maiuscola della Grande Spocchia del Nerd Quello Vero Cresciuto nella Sfiga e nei Soprusi degli Amichetti che Già Fumavano alle Elementari. Il nerd quello underground, perché overground il sole fa riflesso sul monitor.
Ma lascio a lui la parola, anche perché ne usa una in particolare, “bildungsroman”, che non so cosa voglia dire ma sono abbastanza sicuro che, se recitata in un certo modo, evochi gli spiriti dei nazisti fuggiti in Brasile, ora divenuti cyborg senz’anima.

Copons

Quella del “selvaggio west” è una metafora che ben si presta a descrivere il mondo nerd/geek e tutto ciò che gli gravita attorno. Ma andiamo per ordine.

Player One è un libro che va letto – intendiamoci, non da tutti, ma verosimilmente da chi legge un blog del genere – non tanto per la ricchezza di contenuti o la brillantezza della prosa che, per inciso, non gl’appartangono affatto, ma perché siamo di fronte ad un romanzo di formazione, un vero e proprio fottutissimo bildungsroman.
Sarò franco: uso il termine “fottutissimo” e “bildungsroman” perché son costretto a muovermi su un terreno accidentato, ovvero la strada che porta alla “definizione culturale”; dunque m’appoggio, se permettete a “pull word” consolidate. Come se non bastasse il fondo sconnesso, poi, intraprendo questa via provenendo dal centro esatto del Regno della Sfiga, quindi la strada da fare è parecchia.

Il “selvaggio west”, dicevamo; viviamo in tempi di deresponsbilizzazione dei fighi. “Big Bang Theory” strattona i soggetti per il “mainstream”, gli indie fanno cover degli 883 e Prada & friends sfornano occhiali dalla montatura nera e spessissima. Dunque non solo i fighi stanno invadendo impunemente la nostra terra desolata, ma si stanno fottendo anche i nostri feticci, ‘che pensavano di trovare donne, ‘sti illusi.
«Contenti loro» verrebbe da dire, ma poi ecco riemergere lo spirito del nativo di fronte a recensioni fighettine e lusinghiere, che parlano di twitter come di una “rivoluzione minimalist del web” non sapendo che, di fatto, i cinguettii sono gli spot di alcuni script IRC, imbellettati e resi “social”, oppure che definiscono le copertine delle timeline di facebook “la nuova frontiera dell’architettura web” quando noi – che custodiamo il sapere degli antichi, la memoria di questo non-mondo – abbiamo salutato con sommo gaudio, quasi come fosse una liberazione, il tramonto dei “form(s)”.
Ecco, tutto questo non lo possiamo accettare; forse qualcuno cederà a questa vacua cultura del “cool” e alle sue strutture “posh” che vogliono volgarmente importare nel nostro “selvaggio web”, ma c’è chi preferisce la ghettizzazione l’esser chiuso in una riserva o, quantomeno, il riconoscimento di tutti noi, duri e puri, come “cultura nativa”. 
Insomma; non è che hai scopato prima dei 18 anni e sei comunque “nerd”.

Ernest Cline, con il suo Player One, ci ha implicitamente ribadito questo concetto, girando gli U.S.A., per promuovere il libro, a bordo della sua “Ecto 88“, una De Lorean modificata esteticamente per assomigliare ad un ibrido tra l’auto con cui Mc Fly viaggiava attraverso il tempo in “Back to the future”, il carrozzone dei “Ghostbusters” e la “Supercar” di David Hasselhoff: questo è lo spirito degli antichi.

Il libro di per sé non è che intacchi il Muro Glorioso della Letteratura Tuttomaiuscolo; si lascia leggere ma è robetta. La storia è ambientata in un futuro prossimo gravato da una crisi economica nonché valoriale gravissima, che ha annichilito l’umanità; l’unica salvezza è OASIS, un gioco on-line tra “Secondlife” e “WoW”(“World of Warcraft” per i coloni digitali, n.d.r.) che sta sostituendo la realtà. La morte del suo ideatore però, dà via ad una “caccia al tesoro”(ovvero un “Easter Egg”, di qui il forte rimando alla matrice videoludico-culturale) ideata dallo stesso, che permetterà al vincitore – il più erudito in materia di nozionismo “geek”, di fatto – di ereditare tutta la baracca, nella speranza che l’Eroe, il predestinato, non ceda alle logiche capitalistiche, ma piuttosto tenga vivo nei secoli lo spirito nerd.
La prima, vera, epopea da un soggetto, per soggetti, sereni nel riconoscersi in tal modo.

chaoz


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